È per grazia che siete stati salvati, mediante la fede

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Riflessioni libere sulla Parola di Dio e pensieri cristiani sul mondo in cui viviamo.

Amarsi nella chiesa evangelica italiana

Scrivo queste righe con affetto, non con spirito di critica. Le rivolgo a tre gruppi che spesso convivono senza capirsi fino in fondo: missionari in Italia, italiani tornati dopo essere stati formati all’estero, e credenti italiani che non hanno mai lasciato il Paese ma sentono comunque che qualcosa, nelle loro comunità, fatica a funzionare.

Nessuna cultura rispecchia completamente il Vangelo. Ogni cultura tende a vedere certi aspetti della verità con facilità ed altri con molta difficoltà. L’Italia ha dato alla storia della chiesa santi, teologi, arte, senso del bello. Ma, come ogni cultura, ha anche i suoi punti ciechi. E se non siamo pronti a dargli un nome, non li correggeremo mai.

Un’eredità che pesa

In molta cultura italiana — soprattutto nel centro del Paese — si sono sedimentati nei secoli alcuni riflessi profondi: sfiducia nelle istituzioni, centralità assoluta della famiglia, precarietà economica, abitudine a cavarsela da sola più che a fidarsi degli altri. In certi contesti questi aspetti rappresentavano virtù poiché garantivano sopravvivenza. Ma quando queste stesse qualità entrano in chiesa senza essere rielaborati, esse diventano ostacoli.

Si vedono nel campanilismo, che produce atteggiamenti calorosi con “i nostri” e guardinghi con gli altri: il NT, in Gal 3:28, ci presenta invece una comunità dove non esiste distinzione tra quelli di dentro e quelli di fuori. Si vedono nel familismo, che restringe il senso del dovere ai soli parenti. Si vedono nella bella figura, che può trasformare anche la spiritualità in gestione dell’immagine, un atteggiamento che Gesù prontamente ha criticato come ipocrisia di certi religiosi (Luke 12:1). Si vedono nella logica di onore e debito, dove la grazia suona estranea perché non è meritata, non è simmetrica, non restituisce un equilibrio negoziato.

Poi ci sono altri elementi: la diffidenza verso chi viene da fuori, il cattolicesimo diffuso che ha divulgato parole e modi di dire religiosi, ma spesso svuotati di contenuto, e in alcune zone una lunga formazione politica secolarizzata che ha mantenuto il moralismo ma perso la grazia. Il risultato è semplice: il tipo di amore richiesto dal Nuovo Testamento non trova sempre terreno facile.

Una fragilità più recente

A questa eredità culturale si aggiunge un livello più recente, generazionale. Molti italiani cresciuti dagli anni Ottanta in poi sono diventati adulti tardi: anni lunghi in casa, economia debole, legami familiari fortissimi, dissoluzione progressiva di una grammatica morale condivisa. In parecchi casi, l’età anagrafica corre più veloce della maturità relazionale.

Non è un insulto. È un dato pastorale. Il discepolato cristiano richiede una persona abbastanza stabile che si possa donare. Quando invece il sé è ancora occupato a proteggersi, a consolidarsi, a non crollare, il linguaggio della rinuncia a sé stessi viene percepito come minaccia, non come liberazione.

E se aggiungiamo una cultura in cui il disaccordo viene vissuto come attacco personale e la franchezza come aggressività, si capisce perché anche tra credenti sinceri diventi così difficile correggersi, restare in comunione e maturare insieme.

Quando tutto questo entra in chiesa

Queste dinamiche non restano fuori dal locale di culto. Entrano con noi.

Il conflitto, per esempio, raramente viene affrontato in modo diretto e riconciliativo. Più spesso viene evitato, spostato dietro le quinte, gestito per sottogruppi, o lasciato esplodere in una rottura finale. Matteo 18 presuppone fratelli e sorelle capaci di parlarsi apertamente e restare uniti. Ma questo richiede una maturità emotiva che la cultura circostante spesso non allena.

C’è poi un aspetto che molti conoscono bene: quando una persona sopporta a lungo e poi finalmente parla con chiarezza, spesso non riceve ascolto ma irrigidimento. Come se il problema non fosse il contenuto di ciò che dice, ma il fatto stesso che abbia rotto un equilibrio tacito. In quel caso è importante non leggere il fallimento del confronto come prova di aver sbagliato. A volte indica soltanto che l’altro non è ancora capace di sostenere quella conversazione.

Dinamiche femminili

Tra donne, queste logiche tendono spesso a manifestarsi in forme meno frontali ma non meno reali. Non sempre c’è scontro aperto. Più spesso ci sono freddezze, esclusioni sottili, ironie mirate, o l’accusa di essere “troppo rigida” quando una donna mantiene una posizione chiara e distaccata sotto pressione relazionale.

In un ambiente dove la relazione pesa più del principio, la persona coerente viene facilmente letta come difficile. Ma spesso la cosiddetta rigidità è solo integrità che non si lascia negoziare. E una chiesa che non sa riconoscere queste dinamiche finisce per lasciare sole proprio le donne più lucide e più oneste.

Leadership, impegno, verità

Anche la leadership soffre. In parte per reazione a modelli clericali autoritari, in parte per abitudine culturale, molte realtà evangeliche oscillano tra due estremi: leadership forti ma poco verificabili, oppure leadership deboli e senza vera responsabilità condivisa. Il carisma pesa più dell’integrità. La stima personale vale più della trasparenza.

Anche l’impegno viene spesso tenuto in modo leggero. Presenza, servizio, fedeltà, responsabilità comuni: tutto resta un po’ negoziabile, subordinato alla famiglia, all’umore, alla comodità. Ma il Nuovo Testamento non descrive la chiesa come una rete di buone intenzioni che si aggiornano ogni settimana. La descrive come una comunità di obbligo reciproco stabile e costante.

E dove il disaccordo viene subito preso come affronto personale, la dottrina stessa ne soffre. La precisione esegetica viene letta come orgoglio. La distinzione teologica come mancanza d’amore. Ma amore e verità, nel Nuovo Testamento, non competono. Si sostengono a vicenda.

Il problema dell’incoraggiamento

C’è però un tratto ancora più silenzioso, e forse ancora più dannoso: la difficoltà a parlare d’amore e sostegno.

Nella vita sociale italiana, la critica spesso suona intelligente, mentre l’elogio diretto diventa sospetto. Trovare il difetto fa sembrare lucidi; dire con semplicità “ho visto questo di buono in te” mette a disagio. Sembra sdolcinato, ingenuo, interessato.

Qui entra in gioco anche lo sfottò. Può essere caloroso, perfino affettuoso. A volte è un tratto distintivo di appartenenza. Ma quando occupa troppo spazio, finisce per sostituire l’incoraggiamento. E allora la comunità diventa un luogo in cui la battuta gira facilmente, mentre la parola di edificazione resta bloccata in gola.

Il problema è che il Nuovo Testamento non tratta l’incoraggiamento come un accessorio. Lo mette al centro della vita comune. Lo evidenza come un dono spirituale (Romani 12:8). Esortarsi, edificarsi, stimolarsi all’amore e alle opere buone non è un extra per comunità emotivamente espansive. È parte ordinaria della vita della chiesa.

Quando questo manca, il danno è profondo. I credenti imparano a tenere la propria crescita nascosta, le proprie lotte private, la propria vulnerabilità protetta. Non per umiltà, ma per difesa. E col tempo una comunità così produce due estremi: chi cerca visibilità per essere finalmente riconosciuto, e chi si spegne in silenzio.

Il mandato strutturale del Nuovo Testamento

Il contrasto con la Scrittura in questo caso non è marginale. È strutturale.

L’autore della Lettera agli Ebrei pone l’incoraggiamento reciproco al centro del fine stesso del culto comunitario: “consideriamo come stimolarci a vicenda nell’amore e nelle buone opere, senza disertare le nostre riunioni, ma esortandoci a vicenda, e tanto più che vedete avvicinarsi il giorno” (Eb 10:24–25). Questo concetto viene rafforzato altrove nella stessa lettera: “esortatevi a vicenda ogni giorno, finché dura questo ‘oggi’, perché nessuno di voi si indurisca per la seduzione del peccato” (Eb 3:13). L’adunarsi non è accessorio rispetto all’incoraggiamento; l’incoraggiamento è parte del motivo per cui ci si aduna.

Paolo istruisce i Tessalonicesi a edificarsi a vicenda, l’un l’altro — oikodomeite heis ton hena — una frase che contrasta qualsiasi interpretazione che tratti l’incoraggiamento come un’atmosfera generale anziché come un atto specifico ed intenzionale rivolto a una persona specifica (1 Tess 5:11). Altrove Paolo descrive il suo ministero tra loro con un linguaggio di un padre che esorta, incoraggia e supplica ognuno (1 Tess 2:11–12) — individualmente, persistentemente, per nome. In Efesini 4:29, il criterio per stabilire se una parola debba o meno essere pronunciata è se essa dia grazia a chi ascolta. E in Romani 15:14, la capacità di ammonirsi e la pienezza della bontà sono elencate insieme, non in tensione — come se Paolo presupponesse una comunità in cui entrambe sono presenti e l’una non annulla l’altra.

La cultura dell’inversione

Il modello culturale italiano inverte precisamente questo schema. La critica e la correzione fluiscono senza attriti; l’incoraggiamento e l’esortazione sono ostacolati a ogni passo dal sospetto di insincerità, dall’imbarazzo di chi parla o dallo scherno dei presenti che sentono l’impulso di sdrammatizzare poiché sembrano incapaci di sostenere il peso della serietà d’animo.

Il costo spirituale e pastorale

Le conseguenze di questa mancanza non sono banali. Una comunità che non sa esortare non può fare discepolato. Il giovane credente che compie un passo di fede, cresce in modo visibile o tenta qualcosa di costoso per Cristo, e riceve in cambio una battuta sgonfiante o una studiata indifferenza, trarrà una di queste due conclusioni: o che la comunità non se n’è accorta, o che la comunità se n’è accorta e ha trovato la cosa ridicola. In entrambi i casi, il segnale ricevuto dal giovane credente è che una seria crescita cristiana lì non è al sicuro.

Con il tempo, la cultura dello scherno e l’assenza di incoraggiamento producono credenti che hanno imparato a mantenere privata la propria vita spirituale, a non condividere le proprie lotte e a nascondere la propria crescita. Questa non è umiltà. È autoprotezione in risposta a un ambiente a cui non si può affidare la propria vulnerabilità né i propri successi.

Ciò aggrava inoltre l’immaturità relazionale e generazionale già descritta. La maturazione emotiva e spirituale richiede un ambiente in cui la crescita autentica venga riconosciuta, affermata e valorizzata. Le comunità che registrano solo i fallimenti e non registrano mai i progressi non producono credenti umili. Producono o dei “commedianti” (o performer) — che imparano a cercare l’approvazione attraverso mezzi più rumorosi e visibili — o persone silenziosamente scoraggiate, che alla fine smettono del tutto di provarci.

Cosa serve davvero

La risposta non è diventare più finti, più diplomatici o più “nordici”. Non serve abolire l’umorismo, né creare una cultura artificiale di complimenti continui. La franchezza italiana, quando è sana e veritiera, è una risorsa. Può essere persino più vicina al Nuovo Testamento di una certa gentilezza vaga e sfuggente tipica di altre culture.

Ma la franchezza deve imparare a muoversi in entrambe le direzioni. Chi sa puntare ad un errore deve imparare a sottolineare anche una grazia. Chi sa correggere, deve saper benedire. Chi sa vedere il limite, deve saper vedere anche l’opera di Dio.

Questa non è una questione di temperamento. È una disciplina cristiana.

A chi viene da fuori

Se sei un missionario, o un italiano tornato dopo anni di formazione altrove, probabilmente molte di queste cose non ti sorprendono. Le vivi da tempo.

La prima cosa da dire è questa: non tutto quello che ti sembra “strano” è semplicemente una differenza di stile. Alcuni degli istinti che porti con te — chiarezza, responsabilità, confronto diretto, serietà dottrinale, impegno stabile — non sono manie culturali. Sono elementi normali di una comunità cristiana matura.

La seconda è che dovrai rallentare. In questo terreno molte cose richiedono più tempo. Non sempre perché ci sia cattiva volontà, ma perché mancano proprio i presupposti culturali.

La terza è che la grazia resta la postura giusta, ma non è una tecnica garantita. Amare bene qualcuno non significa necessariamente riuscire a cambiarlo. E distinguere tra queste due cose protegge da molta stanchezza inutile.

La quarta è che sopportare costa. Costa davvero. Non è gratis né emotivamente neutrale. E quando una comunità lascia sempre alla persona più paziente il compito di assorbire gli urti, non sta vivendo la grazia insieme: la sta scaricando su qualcuno.

La quinta è che non tutte le battaglie vanno combattute. Alcune sì. Altre no. Serve discernimento, non reattività.

E poi c’è la solitudine della posizione ibrida. Non sarai del tutto a casa, né del tutto capito. Per questo ti servono due o tre persone con cui condividere davvero il linguaggio, la visione, la fatica.

Ai credenti italiani

Se sei un credente italiano, la domanda non è se queste cose ti definiscano in modo totale. Non lo fanno. La domanda è piuttosto: quanto ti plasmano senza che tu te ne accorga?

Quando qualcuno ti contraddice, reagisci con curiosità o con difesa? Quando ricevi una correzione, ascolti il contenuto o registri solo il tono? Quando chiami qualcuno “rigido”, stai davvero descrivendo il suo carattere o il tuo disagio davanti alla sua coerenza?

Quando entri in relazione con uno straniero o con un nuovo arrivato in chiesa, quanto tempo impieghi a smettere di tenerlo a distanza? Quando prendi un impegno, lo tratti come vincolante o come rinegoziabile? E soprattutto: quand’è stata l’ultima volta che hai incoraggiato qualcuno in modo diretto, preciso, senza ironia?

Queste domande non sono state scritte qui per produrre vergogna. Servono a riflettere e ad aprire gli occhi a nuove meravigliose opportunità.

La speranza del Vangelo

Il Vangelo non chiede agli italiani di diventare inglesi, svizzeri o americani. Chiede qualcosa di più profondo: che Cristo rimetta ordine làddove la cultura ha disordinato l’amore.

La fedeltà familiare non viene abolita, ma allargata. Il senso del bello non viene spento, ma orientato alla santità invece che alla performance o a vuota esteriorità. La diffidenza verso le istituzioni corrotte non viene negata, ma trasformata in discernimento santo. Il calore umano non viene represso, ma reso più stabile. La lingua critica non viene ammutolita, ma completata dalla capacità di benedire.

E anche l’immaturità non è una condanna definitiva. È il punto da cui lo Spirito comincia a lavorare.

Per finire

Ai missionari direi: restate. Il lavoro è lento, la frizione è reale, e spesso chi vi manda non capirà davvero il costo. Ma Dio sa far fruttare anche il terreno più duro.

Ai leader direi: la cultura di una comunità non è un dettaglio. O la si affronta o la si lascia fare. E lasciarla fare è già una decisione pastorale.

Ai credenti italiani direi: queste cose non sono la vostra identità. Sono un’eredità. E Cristo sa redimere anche ciò che non avete scelto.

E a tutti direi questo: il muro che sentite tra voi non è più forte della croce. Continuate a dirvi la verità. Continuate a portarvi pazienza. Continuate a benedirvi. L’amore cristiano, in fondo, non è un ideale astratto. È la forma concreta della vita comune, qui, adesso, tra persone reali, in questa terra.

Lettera a un credente esausto

Caro amico,

Prenditi del tempo per leggere queste righe. Non perché siano difficili da comprendere, ma perché certe verità hanno bisogno di silenzio per attecchire davvero.

Sei stanco. E il motivo non è che stai fallendo — è che stai lavorando troppo. Ti stai sforzando di completare qualcosa che è già stato compiuto al posto tuo e non c’è fatica più logorante di questa: tentare di completare un’opera già completa.

È così che molti di noi vivono, senza ammetterlo. Trattiamo la Croce come il punto di partenza di una gara in cui il resto dipende da noi. Cristo ha gridato tetelestai — «è compiuto» — e noi abbiamo risposto rimboccandoci le maniche. Non c’è da stupirsi, allora, se siamo esausti. Quello che avvertiamo come fallimento spirituale è, nella maggior parte dei casi, un fraintendimento del Vangelo.

Prima di ogni cosa, lascia che questa verità attecchisca fino in fondo: Dio non sta aspettando che tu ti dia una ripulita prima di ascoltarti.

Davide scriveva i salmi sul pavimento delle sue stanze. Accusava Dio di dormire, di essersi dimenticato di lui, di nascondere il Suo volto. Era, secondo le stesse parole della Scrittura, un uomo secondo il cuore di Dio — eppure non gli offriva nulla di quella devozione composta e presentabile che sentiamo spesso il dovere di esibire. O che ci fanno sentire in dovere di esibire. I salmi di lamento non sono crepe nella fede. Sono fede, espressa senza filtri.

Non devi presentarti a Dio con una versione linda e pinta di te stesso. Non è un patrono che riceve solo chi è in ordine. Porta la rabbia, porta la stanchezza, porta anche l’accusa se ce l’hai. Dio è abbastanza grande da reggere tutto questo.

Vedi, c’è un errore in cui cadiamo spesso: pensare che il buio si sconfigga affrontandolo a viso aperto. Combattiamo contro i pensieri che non vorremmo avere, stringiamo i denti contro la tentazione, riempiamo il silenzio di resistenza. Ma resistere a qualcosa significa, inevitabilmente, tenerlo al centro dell’attenzione.

Il consiglio di Paolo in Filippesi 4:8 non è una regola da osservare con la forza di volontà. È una strategia fondata su un principio semplicissimo: il buio non si scaccia colpendolo, lo si scaccia accendendo la luce. La mente non va svuotata, ma riempita d’altro.

«Tutto ciò che è vero, onorevole, giusto, puro, amabile, di buona reputazione — a queste cose rivolgete il pensiero.»

Quando la mente non si ferma, il compito non è azzittirla ma orientarla. Cosa è vero? Che sei perdonato. Cosa è onorevole? Che Cristo è morto per te quando eri ancora suo nemico. Cosa è amabile? Che l’atteggiamento di Dio verso di te dipende dal suo carattere, non dalla tua costanza. Riempi la mente con queste cose e alle ombre resterà poco spazio.

Molta della nostra angoscia ha, nel profondo, una struttura contrattuale. Resistiamo alla tentazione e ci aspettiamo di sentire pace. Preghiamo e ci aspettiamo di sentire vicinanza. Quando quella sensazione non arriva, concludiamo che qualcosa sia andato storto. In noi, o in Dio.

Questa mentalità transazionale è il vero problema.

Prova una postura diversa: non aspettarsi nulla, ma dare tutto. Smetti di gestire la tua santificazione come fosse un investimento con rendimento garantito. Dio non si fa da parte perché potresti peccare; non sta valutando la tua prestazione prima di considerarti suo. Che tu cada o meno, sei suo. Nulla — e Paolo in Romani 8 non lascia spazio a dubbi o interpretazioni — nulla può separarti da quell’amore.

Stasera, dunque, posa il peso della negoziazione. Non chiedere perdono come se fosse un gettone da inserire. Non fare promesse come anticipo sulla grazia. Riposati, e se hai parole, che siano oneste:

«Sono arrabbiato. Sono stanco. Non ho niente da darti. Grazie che tutto è già compiuto, perché io da solo non ce la farei».

La pace non è la ricompensa di chi ha fatto bene. È il riconoscimento — che speso arriva lentamente — di essere amati anche quando si fa male.

Riposa bene.


Questo è un adattamento letterario di un messaggio che ho inviato a un mio caro amico. A un certo punto della mia vita, avevo bisogno di sentirmi dire proprio queste cose. E sono sicuro che molti di noi si trovino nella stessa situazione.

Più di un nuovo giorno

C’è una versione della Pasqua che non costa nulla. Cioccolato, fiori, il tepore vago della primavera — un rituale culturale che non fa domande e non s’impone nulla. Il cristianesimo, tuttavia, non è così che vive questo giorno. L’apostolo Paolo, scrivendo a una chiesa di Corinto circa vent’anni dopo la crocifissione, ha dichiarato con una chiarezza scomoda:

Se Cristo non è stato risuscitato, la vostra fede è vana e voi siete ancora nei vostri peccati
— 1 Cor 15:17

Non è il linguaggio del mito o della metafora. È un’affermazione falsificabile su un evento storico databile e preciso — ed essa rappresenta o la cosa più importante mai detta, o nulla.

Questo articolo è per chi vuole riflettere attentamente su quella affermazione di Paolo: su cosa la fondi storicamente, su cosa la distingua dalle alternative, e su cosa significhi concretamente viverla dall’interno — specialmente ora, in un mondo che non manca di ragioni per sentirsi in ansia.

Il Vangelo non è un buon consiglio da seguire, ma una buona notizia a cui credere

Nei circoli evangelici moderni, sentiamo spesso un messaggio che suona profondamente pio:  “Se vuoi essere salvato, devi affidare ogni ambito della tua vita a Dio. Devi mettere tutto sull’altare. Devi pagare il prezzo del discepolato per ricevere il dono della salvezza”.

Sebbene questi sentimenti possano mirare a produrre seguaci devoti di Cristo, spesso oscurano inavvertitamente il cuore stesso del Vangelo. Come ha sottolineato Harry Ironside, quando poniamo la nostra “piena resa” come condizione per la salvezza, non stiamo predicando il Vangelo, ma una “variante gravosa” che si basa sullo sforzo umano piuttosto che sul compimento divino.

“Quando qualcuno promette la salvezza a coloro che “si arrendono completamente” a Dio con tutto ciò che hanno e che “pagano il prezzo della salvezza”, sta predicando un altro Vangelo, perché il prezzo è stato pagato sulla croce del Calvario e l’opera che salva è compiuta. È stato Cristo Gesù a arrendersi completamente quando ha offerto la Sua vita sul Calvario, che ci salva, non la nostra resa in alcun modo a Lui”.

— HA Ironside

Lasciare una chiesa

Quando qualcuno lascia una congregazione

Quando qualcuno lascia una congregazione, la reazione istintiva è spesso difensiva e autoprotettiva. La narrazione si forma rapidamente e in modo prevedibile. Si presume che la colpa sia della persona che se n’è andata. Mancava di maturità. Ha resistito all’autorità. Si è inaridita spiritualmente. Non voleva servire. Non era disposta a sacrificarsi. Si è allontanata da Dio. In breve, la sua partenza viene presentata come prova del suo fallimento spirituale piuttosto che come un momento di seria autoanalisi per la comunità che ha lasciato.

Questo riflesso non è neutrale. È una forma di ipocrisia. Protegge il gruppo dalla responsabilità, addossando ogni responsabilità all’individuo che se n’è andato. Una volta accettata questa storia, non è richiesto alcun pentimento, nessuna correzione e nessun ascolto.

La mia esperienza suggerisce una conclusione diversa e molto più scomoda.

Neemia e Apocalisse

La Pergamena e il Salvatore: riscoprire il tesoro della scrittura

Sin da quando sono diventata cristiana, la mia fonte primaria di gioia è quando Dio si rivela nella Scrittura. Quando riesco a leggere un passo e a collegarlo ad altri nella Bibbia, sperimento il miracolo dell’unico Dio che opera attraverso il tempo e lo spazio, raggiungendo piccola me e mostrandomi la potenza della Sua Parola eterna.

“L’erba secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio sussiste per sempre.” (Isaia 40:8)

In un mondo definito da cose che finiscono—il passare dei tempi e delle stagioni, l’affievolirsi della vita, il costante cambiamento della natura—io gioisco nel vedere Dio che parla e agisce, che promette e adempie, che è morto ed è risorto. Egli non finisce e non cambia e la Sua Parola riflette queste sue caratteristiche. 

Quando Lo vedo nella Scrittura, in un versetto, e sperimento la potenza della Sua Parola, vedo la stessa potenza muoversi in me. Essa trasforma il mio dolore in gioia, i miei bisogni in abbondanza e i miei limiti in opportunità. Mi dona l’audacia per proclamarla e la forza per ubbidirla.

Tuttavia, nella cristianità moderna, vedo spesso svilupparsi un modello diverso. Troppo spesso, ci avviciniamo alla Bibbia con una mente preconcetta, con bisogni impellenti e aspettative egocentriche intrecciate in ogni versetto. Temo che, agendo in questo modo, manchiamo di collegarci alla potente Fonte di Vita e così la Parola di Dio manca di portare frutto in noi. Eppure se solo ci abbandonassimo al testo biblico nudi e privi di qualsiasi nostra influenza personale su di esso, allora possiamo veramente sperimentare la benedizione di trovare nella Parola il Tesoro Più Grande e Prezioso di Tutti: il Suo Autore e Gesù Cristo Suo Figlio. Lui è il premio che tutti dovremmo cercare tra le pagine della Bibbia.

Mentre ero a un incontro biblico la scorsa notte, stavamo leggendo Neemia 8. Mentre esaminavo il capitolo, qualcosa mi è venuto in mente: ho avuto l’impressione che la scena descritta fosse qualcosa che avevo letto anche altrove nella Bibbia. Alla fine mi è venuto in mente Apocalisse e così ho preso una Bibbia e la pagina mi si è aperta su Apocalisse 5 e ho iniziato a confrontare i due passaggi. Stupita e piena di gioia, ho potuto vedere delle somiglianze che erano impossibili da ignorare o da considerare pura coincidenza. Ecco cosa ho trovato.

Una riflessione sull’educazione alla pace a scuola

Negli ultimi giorni ci siamo trovati di fronte a una decisione: come reagire quando la scuola propone iniziative che, pur vestite del linguaggio della pace e della convivenza civile, presentano contenuti, metodi e simboli difficilmente conciliabili con una visione cristiana del mondo?

La circostanza, nel nostro caso, è stata la Marcia della Pace organizzata dalla scuola dei nostri figli. Una manifestazione pubblica, con cartelloni, canti e la partecipazione di figure politiche e istituzionali.

L’iniziativa, nelle sue intenzioni, vuole promuovere valori condivisibili da tutti. Tuttavia, osservandola con attenzione, rivela almeno tre criticità che credo sia necessario discutere apertamente, non per spirito polemico, ma per responsabilità educativa.

Romani 6:23

Il dono gratuito della vita eterna

I cinici spesso dicono che “niente è mai veramente gratis”. Ma questo libro, la Bibbia, parla del dono gratuito più grande di tutti: la vita eterna.  

Questo è offerto da Dio a tutta l’umanità,

“Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Giovanni 3:16).

Ravvedimento e Regno: perché Israele è ancora importante

Ho scritto e discusso questo punto diverse volte in passato e, per me, non serve altro che un’attenta lettura di Matteo 24 per capire che la seconda venuta di Gesù è un evento giudeocentrico. È Gerusalemme che Egli piange. È a Sion che ritorna. Ed è il ravvedimento nazionale di Israele a fungere da cardine della storia della redenzione.

Ciononostante, vorrei commentare qui un prezioso articolo di Michael J. Vlach intitolato Israel’s Repentance and the Kingdom of God (MSJ 27/1, primavera 2016). Sebbene Vlach e io potremmo non essere d’accordo su tutto—lui è riformato nella sua soteriologia, mentre io sostengo la teologia della Grazia Gratuita—il suo lavoro su Israele e l’escatologia è solido, equilibrato e ben documentato. Questo articolo, in particolare, evidenzia ciò che molti sembrano trascurare: il modello profetico che collega il ravvedimento nazionale di Israele con l’avvento del regno e il ritorno del Messia.

Perché il rapimento deve essere distinto e pre-tribolazione

O altrimenti non c’è alcun Rapimento

Ogni tanto torna fuori la questione del Rapimento, soprattutto con un mio caro fratello che ha sempre faticato a comprenderne la logica.

Sebbene non abbia opinioni contrastanti sul Rapimento, né ne faccia una prova di ortodossia, nutro una forte convinzione al riguardo. E credo che valga la pena mettere per iscritto il ragionamento che ho condiviso con lui l’ultima volta che ne abbiamo discusso.

In quell’occasione, aveva iniziato a propendere per l’idea che il Rapimento e la Seconda Venuta potessero essere lo stesso evento, una posizione che considerava forse la più logica.

Mi permetto di dissentire. Se il Rapimento esiste davvero, deve essere un evento distinto dalla Seconda Venuta, e deve avvenire prima della Tribolazione. Qualsiasi altra opinione, a mio avviso, crolla sotto il peso sia della Scrittura che della ragione.

Il peso dell’esperienza e la semplicità della fede

La tragedia dei nostri giorni è che il semplice Vangelo è stato sempre più oscurato da un’enfasi perniciosa sull’esperienza soggettiva. Ho già osservato che questo errore ha portato a confusione e dubbi, in particolare riguardo alla questione del battesimo e alla certezza della salvezza. Eppure il problema è ancora più ampio. Intacca il modo in cui concepiamo la conversione stessa.

Un’idea sempre più diffusa tra alcuni cristiani è che la vera conversione debba essere accompagnata da un'”esperienza” percepibile ed emotiva con il Signore. Senza tale esperienza, sostengono, la fede di una persona non può essere considerata autentica. Questa posizione non è semplicemente errata; è assurda e rasenta il male.

Considerate una ragazza che cresce in una famiglia cristiana. Fin da piccola le è stato insegnato il Vangelo e confessa con sincerità che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e che credendo avrà la vita eterna (Giovanni 20:31). Eppure, poiché non racconta di un incontro emotivo drammatico o uno specifico “momento di forte emozione”, alcuni le dicono che non è veramente convertita.

Non guardate me, guardate Cristo!

Rivalutare il ruolo della testimonianza personale per l’evangelizzazione e la crescita personale.

Nella cultura evangelica contemporanea, l’uso della testimonianza personale nell’evangelizzazione è diventato così comune che pochi si soffermano a considerare le sue implicazioni teologiche e pratiche. Si dà quasi per scontato che per comunicare efficacemente il Vangelo, si debba raccontare la propria storia, come si era soliti essere, come si è incontrato Cristo e come è cambiato tutto. Ciò accade più spesso durante l’evangelizzazione individuale o durante eventi in chiesa, in cui i non credenti di solito vengono su invito di amici praticanti; meno nell’evangelizzazione di strada.

Tuttavia, questo approccio narrativo fa spesso appello alle emozioni e alla trasformazione soggettiva e, sebbene possa sembrare convincente in superficie, comporta un rischio significativo: può oscurare il Vangelo stesso e indurre sia l’ascoltatore sia chi parla a pensare che la salvezza riguardi principalmente l’esperienza personale piuttosto che la verità oggettiva di Cristo crocifisso e risorto.

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