Caro amico,
Prenditi del tempo per leggere queste righe. Non perché siano difficili da comprendere, ma perché certe verità hanno bisogno di silenzio per attecchire davvero.
Sei stanco. E il motivo non è che stai fallendo — è che stai lavorando troppo. Ti stai sforzando di completare qualcosa che è già stato compiuto al posto tuo e non c’è fatica più logorante di questa: tentare di completare un’opera già completa.
È così che molti di noi vivono, senza ammetterlo. Trattiamo la Croce come il punto di partenza di una gara in cui il resto dipende da noi. Cristo ha gridato tetelestai — «è compiuto» — e noi abbiamo risposto rimboccandoci le maniche. Non c’è da stupirsi, allora, se siamo esausti. Quello che avvertiamo come fallimento spirituale è, nella maggior parte dei casi, un fraintendimento del Vangelo.
Prima di ogni cosa, lascia che questa verità attecchisca fino in fondo: Dio non sta aspettando che tu ti dia una ripulita prima di ascoltarti.
Davide scriveva i salmi sul pavimento delle sue stanze. Accusava Dio di dormire, di essersi dimenticato di lui, di nascondere il Suo volto. Era, secondo le stesse parole della Scrittura, un uomo secondo il cuore di Dio — eppure non gli offriva nulla di quella devozione composta e presentabile che sentiamo spesso il dovere di esibire. O che ci fanno sentire in dovere di esibire. I salmi di lamento non sono crepe nella fede. Sono fede, espressa senza filtri.
Non devi presentarti a Dio con una versione linda e pinta di te stesso. Non è un patrono che riceve solo chi è in ordine. Porta la rabbia, porta la stanchezza, porta anche l’accusa se ce l’hai. Dio è abbastanza grande da reggere tutto questo.
Vedi, c’è un errore in cui cadiamo spesso: pensare che il buio si sconfigga affrontandolo a viso aperto. Combattiamo contro i pensieri che non vorremmo avere, stringiamo i denti contro la tentazione, riempiamo il silenzio di resistenza. Ma resistere a qualcosa significa, inevitabilmente, tenerlo al centro dell’attenzione.
Il consiglio di Paolo in Filippesi 4:8 non è una regola da osservare con la forza di volontà. È una strategia fondata su un principio semplicissimo: il buio non si scaccia colpendolo, lo si scaccia accendendo la luce. La mente non va svuotata, ma riempita d’altro.
«Tutto ciò che è vero, onorevole, giusto, puro, amabile, di buona reputazione — a queste cose rivolgete il pensiero.»
Quando la mente non si ferma, il compito non è azzittirla ma orientarla. Cosa è vero? Che sei perdonato. Cosa è onorevole? Che Cristo è morto per te quando eri ancora suo nemico. Cosa è amabile? Che l’atteggiamento di Dio verso di te dipende dal suo carattere, non dalla tua costanza. Riempi la mente con queste cose e alle ombre resterà poco spazio.
Molta della nostra angoscia ha, nel profondo, una struttura contrattuale. Resistiamo alla tentazione e ci aspettiamo di sentire pace. Preghiamo e ci aspettiamo di sentire vicinanza. Quando quella sensazione non arriva, concludiamo che qualcosa sia andato storto. In noi, o in Dio.
Questa mentalità transazionale è il vero problema.
Prova una postura diversa: non aspettarsi nulla, ma dare tutto. Smetti di gestire la tua santificazione come fosse un investimento con rendimento garantito. Dio non si fa da parte perché potresti peccare; non sta valutando la tua prestazione prima di considerarti suo. Che tu cada o meno, sei suo. Nulla — e Paolo in Romani 8 non lascia spazio a dubbi o interpretazioni — nulla può separarti da quell’amore.
Stasera, dunque, posa il peso della negoziazione. Non chiedere perdono come se fosse un gettone da inserire. Non fare promesse come anticipo sulla grazia. Riposati, e se hai parole, che siano oneste:
«Sono arrabbiato. Sono stanco. Non ho niente da darti. Grazie che tutto è già compiuto, perché io da solo non ce la farei».
La pace non è la ricompensa di chi ha fatto bene. È il riconoscimento — che speso arriva lentamente — di essere amati anche quando si fa male.
Riposa bene.
Questo è un adattamento letterario di un messaggio che ho inviato a un mio caro amico. A un certo punto della mia vita, avevo bisogno di sentirmi dire proprio queste cose. E sono sicuro che molti di noi si trovino nella stessa situazione.
Quattro terreni, ma quanti credenti?
Di Vincenzo
il 20 Gennaio 2026
in Commentari
La parabola del seminatore è uno dei passi più frequentemente citati nei dibattiti su salvezza, perseveranza e certezza. Viene spesso utilizzata per rispondere a una domanda per la quale non era stata concepita, ovvero come distinguere i veri credenti da quelli falsi, o come la salvezza possa essere persa o dimostrata dalle opere.
Una lettura attenta del testo mostra che Gesù non sta spiegando come si ottiene la salvezza, né come mettere alla prova la realtà della salvezza. Piuttosto, sta spiegando perché la proclamazione della parola del Regno produce risultati così radicalmente diversi tra coloro che la ascoltano.
La parabola riguarda l’accoglienza della parola, la risposta nel tempo e la partecipazione alla fecondità del regno, non l’acquisizione o la perdita della vita eterna.
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