In questo post, approfondiremo la complessa e spesso dibattuta dottrina del rapimento. Personalmente, aderisco alla teoria del rapimento pre-tribolazione, che suggerisce che i credenti in Cristo saranno rimossi dalla Terra prima dell’inizio della grande tribolazione. Chi ha familiarità con questa dottrina potrebbe anche essere a conoscenza di altre interpretazioni, come le teorie post-tribolazione e di metà tribolazione, tra le altre. Il rapimento è un argomento di ampio dibattito, e ciò può essere attribuito a vari motivi.
Autore: Vincenzo Pagina 1 di 5
Con un anima divisa tra il partenopeo e l'inglese, Vincenzo diventa figlio di Dio per grazia mediante fede in Gesù Cristo (Giovanni 1:12-13; Efesini 2:8-9) proprio in Inghilterra. Sposato con Manuela, insieme hanno tre stupendi doni del Signore, Cristina, Salvo ed Emma.
Vincenzo ha ottenuto una Laurea Magistrale in Scienze Informatiche dall'Università degli studi di Napoli Federico II e lavora a tempo pieno come dirigente nell'industria software.
È attualmente iscritto al corso di Laurea Magistrale in Teologia (Master of Arts) incentrato su Esegesi ed Ermeneutica, e offerto dall'Università di Chester attraverso la King's Evangelical Divinity School.
L’ostilità verso gli ebrei è emersa con allarmante frequenza all’interno della stessa cristianità (Stallard, 2020). È stato suggerito che il cristianesimo europeo abbia svolto un ruolo fondamentale nel plasmare la percezione dell’ebraismo dalla tarda antichità all’era moderna, intrecciando filoni teologici, sociali e politici in modi che hanno influenzato significativamente lo sviluppo dell’antisemitismo (Karady, 2012). Mentre le tensioni tra cristiani ed ebrei risalgono ai primi decenni, un sentimento antiebraico sistematico ha messo radici negli scritti dei Padri della Chiesa e nelle politiche ecclesiastiche medievali (pp. 18-19). Questi atteggiamenti fondativi si sono istituzionalizzati, esponendo gli ebrei ad accuse ricorrenti e promuovendo una legislazione ostile promulgata dai concili ecclesiastici e, in seguito, dai governi.
L’antisemitismo, qui definito come un pregiudizio persistente contro gli ebrei per motivi religiosi e/o razziali, fornisce un contesto essenziale (Langmuir, 1996). Questo saggio valuta come la teologia e le pratiche cristiane storiche abbiano plasmato le forme di antisemitismo che culminarono nelle atrocità del XIX e XX secolo. Sebbene il cristianesimo non possa essere ritenuto l’unico responsabile di ogni aspetto dell’antisemitismo, esso ha creato un ambiente favorevole alla retorica e alle politiche antiebraiche, soprattutto quando nuove ideologie, come il nazionalismo e la teoria razziale, hanno fatto propri pregiudizi precedenti (Katz, 1994).
Per esplorare questa tesi, il saggio inizierà con gli atteggiamenti dei primi cristiani nei confronti dell’ebraismo, concentrandosi sull’accusa teologica di deicidio e supersessionismo, che postulava il cristianesimo come sostituto divinamente ordinato dell’ebraismo. Esaminerà poi l’istituzionalizzazione del sentimento antiebraico nel periodo medievale, soprattutto attraverso i concili della Chiesa e i miti popolari, prima di tracciare cambiamenti e continuità nella Riforma. La discussione si estenderà all’Illuminismo e all’ascesa dell’antisemitismo razziale, mostrando come i tropi religiosi migrarono in nuovi quadri ideologici. Infine, il saggio prenderà in considerazione gli sviluppi del XX secolo, tra cui l’Olocausto e i tentativi cristiani di affrontare l’eredità dell’antiebraismo, esemplificati da riforme come Nostra Aetate (Valkenberg, 2016).
L’obiettivo è chiarire come le radicate prospettive teologiche e le politiche ecclesiastiche abbiano alimentato il pregiudizio contro gli ebrei, riconoscendo al contempo che questi atteggiamenti non erano monolitici e spesso riflettevano dinamiche culturali e politiche più ampie. Ricostruire questa eredità consente una comprensione più profonda di come l’antigiudaismo cristiano abbia generato una lotta identitaria nei confronti degli ebrei.
Spesso a Natale ci fermiamo all’atmosfera, ma c’è una necessità giuridica dietro l’incarnazione che dobbiamo comprendere per apprezzare ancora più a pieno l’annuncio della buona novella. Tutto ruota attorno al concetto di Go’el. Ma partiamo dall’inizio.
Negli ultimi giorni ci siamo trovati di fronte a una decisione: come reagire quando la scuola propone iniziative che, pur vestite del linguaggio della pace e della convivenza civile, presentano contenuti, metodi e simboli difficilmente conciliabili con una visione cristiana del mondo?
La circostanza, nel nostro caso, è stata la Marcia della Pace organizzata dalla scuola dei nostri figli. Una manifestazione pubblica, con cartelloni, canti e la partecipazione di figure politiche e istituzionali.
L’iniziativa, nelle sue intenzioni, vuole promuovere valori condivisibili da tutti. Tuttavia, osservandola con attenzione, rivela almeno tre criticità che credo sia necessario discutere apertamente, non per spirito polemico, ma per responsabilità educativa.
I cinici spesso dicono che “niente è mai veramente gratis”. Ma questo libro, la Bibbia, parla del dono gratuito più grande di tutti: la vita eterna.
Questo è offerto da Dio a tutta l’umanità,
“Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Giovanni 3:16).
Il 7 ottobre 2023 rappresenta un’immensa tragedia per Israele. L’attacco immotivato di Hamas verso la popolazione civile, che è stata brutalmente assassinata e rapita, ha sconvolto il mondo.
Nelle prime ore di quel sabato mattina, in concomitanza con la festa ebraica di Simchat Torah, oltre 3.000 razzi lanciati da Gaza colpirono città e villaggi israeliani. Sotto la copertura dei bombardamenti, circa 2.000 militanti di Hamas violarono la barriera di confine in più punti, invadendo più di venti comunità civili e avamposti militari. Massacrarono intere famiglie nelle loro case, colpirono brutalmente a morte migliaia di giovani che partecipavano a un festival musicale vicino a Reim, bruciarono case con persone al loro interno e portarono a Gaza più di 240 ostaggi, tra cui donne, bambini e anziani. Oltre 1.200 israeliani furono uccisi in un solo giorno, rendendolo l’attacco più mortale contro gli ebrei dai tempi dell’Olocausto. Hamas filmò e trasmise molte delle uccisioni, celebrandole come una vittoria religiosa. E vi risparmierò i dettagli raccapriccianti e crudi delle loro azioni.
Ma ciò che seguì fu altrettanto rivelatore: mentre Israele cerca di smantellare l’infrastruttura terroristica a Gaza, viene accusato di genocidio, fame infantile e crudeltà. Ancora una volta, lo Stato ebraico diviene bersaglio di un’inversione morale: accusato di aver tentato di difendere i propri cittadini.
Tali reazioni non sono nuove. Sono echi di un antico odio che è riemerso in ogni generazione. I nemici di Israele cambiano nome e lingua, ma l’ostilità di fondo rimane la stessa. L’indignazione seguita al 7 ottobre ha messo in luce quanto l’antisemitismo sia profondamente radicato nella coscienza occidentale. Mentre Israele esercita moderazione e precisione per evitare vittime civili, i media mondiali amplificano narrazioni distorte, rilanciando la più antica di tutte le calunnie: l’idea che gli ebrei siano intrinsecamente colpevoli.
Questo odio, tuttavia, non può essere spiegato solo dalla politica o dai pregiudizi dei media. Le sue radici sono teologiche. Il mondo odia Israele perché Dio lo ama. Il conflitto spirituale che circonda Israele non riguarda confini o politiche: riguarda la fedeltà di Dio alle Sue promesse.
Il Ritorno del Figliol Prodigo di Rembrandt, che raffigura l’abbraccio del padre al figlio ribelle. Lo stato pietoso in cui si trova figlio non vanifica il suo stato di figlio né l’amore del padre, illustrando il legame duraturo tra Dio e i Suoi figli.
Per molti lettori, la parabola del figliol prodigo evoca una drammatica scena di conversione, un non credente che tocca il fondo e infine “arriva a Gesù”. Innumerevoli appelli all’altare sono stati costruiti attorno a questa amata storia. Eppure, ironicamente, la parabola non riguarda affatto come un non credente diventi figlio di Dio; riguarda un figlio traviato, già in famiglia, che rompe la comunione e in seguito viene ristabilito. Se correttamente interpretato, il viaggio del figliol prodigo afferma con forza la dottrina della sicurezza eterna, dimostrando che una volta che si è veramente figli del Padre, tale status non è mai in pericolo.
Ho scritto e discusso questo punto diverse volte in passato e, per me, non serve altro che un’attenta lettura di Matteo 24 per capire che la seconda venuta di Gesù è un evento giudeocentrico. È Gerusalemme che Egli piange. È a Sion che ritorna. Ed è il ravvedimento nazionale di Israele a fungere da cardine della storia della redenzione.
Ciononostante, vorrei commentare qui un prezioso articolo di Michael J. Vlach intitolato Israel’s Repentance and the Kingdom of God (MSJ 27/1, primavera 2016). Sebbene Vlach e io potremmo non essere d’accordo su tutto—lui è riformato nella sua soteriologia, mentre io sostengo la teologia della Grazia Gratuita—il suo lavoro su Israele e l’escatologia è solido, equilibrato e ben documentato. Questo articolo, in particolare, evidenzia ciò che molti sembrano trascurare: il modello profetico che collega il ravvedimento nazionale di Israele con l’avvento del regno e il ritorno del Messia.
Esaminatevi per vedere se siete nella fede; mettetevi alla prova. Non riconoscete che Gesù Cristo è in voi? A meno che l’esito della prova sia negativo. — 2 Corinzi 13:5
Questo versetto è spesso citato come testo di prova per promuovere l’introspezione come requisito per la certezza della salvezza. I credenti sono spesso esortati a guardare dentro di sé, alla ricerca di segni soggettivi di rigenerazione o santificazione, per non essere trovati inadeguati. Eppure, una lettura attenta, sia al contesto immediato che al più ampio corpus paolino, dimostra che questa interpretazione è errata.
Come informatico, ho passato la vita a lavorare con il codice. Conosco la differenza tra casualità e logica, rumore e segnale. Il codice ha una struttura. Ha una sintassi. Segue regole e porta con sé un’intenzione. Il codice non si ottiene per caso. Non si ottiene significato senza che ci sia dietro una mente.
Il che mi porta al genoma umano, la cui scoperta avrebbe dovuto dare il colpo di grazia alla teoria dell’evoluzione.
Il DNA non è solo una molecola. È un messaggio , un linguaggio digitale di quattro lettere che codifica la costruzione e il funzionamento della vita con un’efficienza sorprendente. Contiene logica condizionale, correzione degli errori, compressione dei dati ed elaborazione parallela. I biologi parlano di “codice genetico” per una buona ragione: è un sistema formale di rappresentazione simbolica.
Ed è qui che sta il problema.
O altrimenti non c’è alcun Rapimento
Ogni tanto torna fuori la questione del Rapimento, soprattutto con un mio caro fratello che ha sempre faticato a comprenderne la logica.
Sebbene non abbia opinioni contrastanti sul Rapimento, né ne faccia una prova di ortodossia, nutro una forte convinzione al riguardo. E credo che valga la pena mettere per iscritto il ragionamento che ho condiviso con lui l’ultima volta che ne abbiamo discusso.
In quell’occasione, aveva iniziato a propendere per l’idea che il Rapimento e la Seconda Venuta potessero essere lo stesso evento, una posizione che considerava forse la più logica.
Mi permetto di dissentire. Se il Rapimento esiste davvero, deve essere un evento distinto dalla Seconda Venuta, e deve avvenire prima della Tribolazione. Qualsiasi altra opinione, a mio avviso, crolla sotto il peso sia della Scrittura che della ragione.
Chi erano? Chiarimenti su Giovanni 8:31–47
Di Vincenzo
il 30 Ottobre 2025
in Commentari
L’ottavo capitolo del Vangelo di Giovanni contiene uno dei dialoghi più fraintesi del Nuovo Testamento. Inizia con la splendida affermazione: “Mentre egli parlava così, molti credettero in lui.” (Giovanni 8:30), ma nel giro di pochi versetti, coloro che sembrano aver creduto vengono definiti bugiardi, assassini e figli del diavolo. Per secoli, i commentatori hanno faticato a spiegare questa tensione. Questi “credenti” hanno forse perso la fede? La loro fede era insincera fin dall’inizio? La fede non è sufficiente? O sta accadendo qualcos’altro nella narrazione che molti non sono riusciti a vedere?
La risposta non sta nel sminuire il significato della fede, ma nel leggere attentamente ciò che Giovanni ha effettivamente scritto.
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